lunedì, 23 novembre 2009
Scuola Piena solidarietà della FLC CGIL ai dirigenti scolastici, dott.ssa Simonetta SALACONE e dott.ssa Renata PULEO.
La scuola dell'autonomia è inconciliabile con l'imposizione di pensieri unici
La FLC CGIL esprime piena solidarietà ai dirigenti scolastici, dott.ssa Simonetta SALACONE e dott.ssa Renata PULEO, nei confronti delle quali è stato aperto un procedimento disciplinare per la mancata effettuazione del minuto di silenzio per i soldati italiani caduti in Afganistan.
Nessuno può mettere in discussione l’impegno quotidiano dei due dirigenti per il pieno rispetto della legalità e della democrazia come condizioni necessarie per garantire una idea moderna di scuola attenta ai bisogni formativi delle bambine e dei bambini, delle ragazze e dei ragazzi.
L’apertura di continui procedimenti disciplinari nei confronti di dirigenti scolastici è lo specchio di una fase regressiva che vive la scuola perché si vuole affermare un clima di normalizzazione verso qualsiasi opinione che non intende omologarsi all’imposizione di pensieri unici.
La scuola dell’autonomia deve essere invece intesa come comunità nella quale le diverse culture e il dissenso possano liberamente esprimersi per essere all’altezza delle sfide imposte dai cambiamenti che attraversano la società italiana.
Roma, 19 novembre 2009
venerdì, 20 novembre 2009
Gli intellettuali a fianco dello scrittore querelato da Schifani
“Sosteniamo Antonio Tabucchi” - Firma l’appello di Le Monde
Il 19 novembre il quotidiano francese “Le Monde” ha pubblicato il testo dell’appello lanciato dall’editore Gallimard per Antonio Tabucchi. La pubblicazione, prevista per lunedì scorso, è stata ritardata a causa delle numerosissime firme che giungevano da vari paesi a sostegno di uno degli scrittori italiani più noti e stimati nel mondo.
Pubblichiamo in italiano l'appello di "Le Monde" e tutte le firme finora raccolte, aprendo il nostro sito alle adesioni in Italia.
da "Le Monde", 19 novembre 2009
Le democrazie vive hanno bisogno di individui liberi. Di individui coraggiosi, indipendenti, indisciplinati, che osino, che provochino, che disturbino. È così per quegli scrittori per cui la libertà di penna è indissociabile dall’idea stessa di democrazia. Da Voltaire e Victor Hugo a Camus e Sartre, passando per Zola e Mauriac, la Francia e le sue libertà sanno quanto tali libertà debbono al libero esercizio del diritto di osservare e del dovere di dare l’allarme di fronte all’opacità, le menzogne e le imposture di ogni tipo di potere. E l’Europa democratica, da quando è in costruzione, non ha mai cessato di irrobustire la libertà degli scrittori contro ogni abuso di potere e le ragioni di Stato.
Ma ora accade che in Italia questa libertà sia messa in pericolo dall’attacco smisurato di cui è oggetto Antonio Tabucchi. Il presidente del Senato italiano, Riccardo Schifani, pretende da lui in tribunale l’esorbitante somma di 1 milione e 300 mila Euro per un articolo pubblicato su “l’Unità”, giornale che, si noti, non è stato querelato. Il “reato” di Antonio Tabucchi è aver interpellato il senatore Schifani, personaggio di spicco del potere berlusconiano, sul suo passato, sui suoi rapporti di affari e sulle sue dubbie frequentazioni – questioni sulle quali costui è riluttante a dare spiegazioni. Porre domande sul percorso, la carriera e la biografia degli alti responsabili delle nostre istituzioni appartiene al necessario dovere di interrogare e alle legittime curiosità della vita democratica.
Per la precisa scelta del bersaglio (uno scrittore che non ha mai rinunciato a esercitare la propria libertà) e per la somma richiesta (una cifra astronomica per un articolo di giornale), l’obiettivo evidente è l’intimidazione di una coscienza critica e, attraverso tale intimidazione, far tacere tutti gli altri. Dalle recenti incriminazioni contro la stampa dell’opposizione, fino a questo processo intentato a uno scrittore europeo, non possiamo restare indifferenti e passivi di fronte all’offensiva dell’attuale potere italiano contro la libertà di opinione, di critica e di interrogazione. Per questo testimoniamo la nostra solidarietà a Antonio Tabucchi e vi chiediamo di unirvi a noi firmando massicciamente questo appello.
FIRMA L'APPELLO - LE ADESIONI
Gabriela ADAMESTEANU, écrivain
Camilla et Valerio ADAMI, artistes-peintres
Laure ADLER, journaliste et écrivain
José Eduardo AGUALUSA, écrivain
Manuel ALEGRE, écrivain et homme politique
Martin AMIS, écrivain
Theo ANGELOPOULOS, cinéaste
Chloé ARIDJIS, écrivain
Homero ARIDJIS, écrivain, Ambassadeur du Mexique auprès de l’Unesco
Andrea BAJANI, écrivain
Sébastien BALIBAR, physicien
Stefano BENNI, écrivain
Frank BERBERICH, rédacteur en chef Lettre Internationale, Berlin
Yves BONNEFOY, poète
Clémence BOULOUQUE, écrivain
Michel BRAUDEAU, écrivain et éditeur
Geneviève BRISAC, écrivain et éditeur
Andrea CAMILLERI, écrivain
Jean-Yves CENDREY, écrivain
Patrick CHAMOISEAU, écrivain
Rafael CHIRBES, écrivain
Mario CLAUDIO, écrivian
Bernard COMMENT, écrivain, éditeur et traducteur
Vincenze CONSOLO, écrivain
Sanda CORDOS, écrivain
Alain CORNEAU, cinéaste
Constantin COSTA-GAVRAS, cinéaste
Anteos CRYSOSTOMIDES, éditions Kastaniotis, Grèce
Michel DEGUY, philosophe et poète
Dominique DESANTI, écrivain
Emmanuel DONGOLA, écrivain
Inaki ESTEBAN, journaliste et écrivain
Carlo FELTRINELLI, directeur des Editions Feltrinelli, Italie
Inge FELTRINELLI, éditeur
Jean-Pierre FERRINI, écrivain
Lydia FLEM, écrivain
Isabel FONSECA, écrivain
Rhea GALANAKI, écrivain
Antoine GALLIMARD, PDG des Editions Gallimard
Bogdan GHIU, écrivain et traducteur
Edouard GLISSANT, écrivain
Maurice GODELIER, anthrophologue
Eulalia GUBERN, éditions Anagrama, Espagne
Joumana HADDAD, poète, journaliste et traductrice
Jorge HERRALDE, directeur des éditions Anagrama, Espagne
Victor IVANOVICI, écrivain et universitaire
Lidia JORGE, écrivain
Nuno JUDICE, écrivain
Tony JUDT, historien et écrivain, professeur à la New York University, USA
Enrique KRAUZE, historien, président de Editorial Clio, Mexique
Michael KRÜGER, directeur des éditions Hanser Verlag, Allemagne
Jean-Marie LACLAVETINE, éditeur et écrivain
Claude LANZMANN, cinéaste et écrivain
Antonio LOBO ANTUNES, écrivain
Fernando LOPES, cinéaste
Dan LUNGU, écrivain
Silviu LUPESCU, directeur des Editions Polirom, Roumanie
Claudio MAGRIS, écrivain
Florence MALRAUX, cinéaste
Norman MANEA, écrivain
Juan Antonio MASOLIVER-RODENAS, écrivain
Jean MATTERN, éditeur
Valerie MILES, directeur éditorial Duomo Ediciones, Espagne
Miguel MORA, correspondant de El Pais à Paris
Julio MOREIRA, écrivain
Antonio MUNOZ MOLINA, écrivain
Maria NADOTTI, journaliste
Justo NAVARRO, écrivain
Marie NDIAYE, écrivain, Prix Goncourt 2009
Maurice OLENDER, éditeur, universitaire
Orhan PAMUK, écrivain, prix Nobel de Littérature
Ovidiu PECICAN, écrivain
Razvan PETRESCU, écrivain
Marta Petreu, écrivain et journaliste
Stavros PETSOPOULOS, éditions Agra, Grèce
Edwy PLENEL, journaliste
Catrinel PLESU, directeur Institut Culturel Roumain
Alvaro POMBO, écrivain
Vincent RAYNAUD, éditeur
Ugo RICCARELLI, écrivain
Jacqueline RISSET, écrivain et traductrice
Olivier ROLIN, écrivain
Philip ROTH, écrivain
Martin RUEFF, écrivain et traducteur
Boualem SANSAL, écrivain
José SARAMAGO, écrivain, Prix Nobel de Littérature
Fernando SAVATER, écrivain et philosophe
Ulrich SCHREIBER, directeur International Literature Festival Berlin
Jorge SEMPRUN, écrivain
Salvatore SETTIS, directeur de l’Ecole Normale Supérieure de Pise
Mario SOARES, homme politique
Philippe SOLLERS, écrivain
Wassyla TAMZALI, journaliste
Gilles-Marie TINÉ, producteur de cinéma
Serge TOUBIANA, directeur de la Cinémathèque Française
Marco TRAVAGLIO, journaliste
Nadine TRINTINGNANT, comédienne
Ion VIANU, écrivain
Enrique VILA-MATAS, écrivain
François Vitrani, directeur de la Maison de l’Amérique Latine
Klaus WAGENBACH, éditeur, Berlin
Marc WEITZMANN, journaliste et écrivain
Anne WIAZEMSKY, écrivain
FIRMA L'APPELLO
(20 novembre 2009)
lunedì, 16 novembre 2009
La scheda sulla situazione disperata dei prigionieri politici in Perù:
I prigionieri politici in Peru' sono rinchiusi in numerose prigioni, ma tre sono i penali che maggiormente violano i diritti fondamentali dell'uomo: sono i carceri di massima sicurezza del Callao, di Yanamayo e di Challapalca.
Il Callao si trova all'interno di una Base della Marina Militare a Lima.
Le celle sono cosi' piccole da essere denominate comunemente tombe o loculi.
I prigionieri rimangono nelle celle 23 ore al giorno, al buio e in isolamento. E' ammessa una visita mensile da parte dei familiari stretti per un'ora attraverso le grate del parlatorio. E' segnalata la mancanza di cure mediche e di un'alimentazione adeguata.
Non sono ammessi giornali, libri, radio e tv. L'unico testo ammesso e' la Bibbia.
Vi sono rinchiusi tre dirigenti dell'MRTA Victor Polay, Miguel Rincon Rincon e P. Cardenas, il dirigente di Sendero Luminoso Guzman e dal luglio 2001 l'ex braccio destro di Fujimori Vladimiro Montesinos.
Yanamayo si trova a 4.000 metri di altezza sulla Sierra andina, non lontano dalla citta' di Puno. Dal 1992 e' stato trasformato in carcere di massima sicurezza per rinchiudere i guerriglieri condannati per terrorismo.
E' circondato da tre ordini di mura con fili spinati elettrificati e da una fascia di terreno minato.
La zona e' cosi' fredda che i giornalisti quando ne parlano la chiamano "la congeladora". La dislocazione fortemente periferica nel paese rende la visita dei familiari alquanto difficile e dispendiosa.
Le celle sono di 2 x 2.5 metri e comprendono lo spazio per dormire e il bagno. L'illuminazione e' scarsa in quanto le celle sono senza finestre e l'unica apertura da' sul corridoio.
Le malattie tra i prigionieri sono diffuse: tubercolosi, patologie gastro-intestinali, disturbi visivi, disturbi derivanti dalle torture subite. Fino al 2000 il regime carcerario permetteva solo 1 ora al giorno fuori dalla cella, ostacolava la realizzazione di attivita' artigianali e si impediva la lettura di giornali, o l'ascolto della radio.
Attualmente il carcere e' in fase di ristrutturazione e i prigionieri sono stati temporaneamente trasferiti.
Challapalca si trova vicino alla citta' di Tacna, anch'essa ad altitudine elevata. Le condizioni di prigionia sono simili a quelle di Yanamayo.
Le condizioni di prigionia "disumane e degradanti" sono state ripetutamente denunciate da Amnesty International e dal Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.
In una intervista del 27 aprile 2001 Javier Zuniga di Amnesty International ha chiesto la chiusura dei carceri di massima sicurezza, la revisione di tutti i processi attuati con giudici militari e la formazione di una Commissione della Verita', secondo l'esempio delle Commissioni della Verita' in Guatemala e Sud Africa.
Ha anche precisato che "certi istituti penitenziari non possono stare in una democrazia perche' sono nocivi per la salute". (La Republica, quotidiano peruviano).
In un comunicato del 19 marzo Amnesty International, per bocca di William Schulz direttore esecutivo della sezione statunitense dell'Organizzazione, ha chiesto la fine dell'uso della tortura e la "revisione della legislazione antiterrorista con la conseguente messa in liberta' dei migliaia di prigionieri incarcerati senza un processo equo".
Gia' nell'ottobre del 1998 il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite aveva ufficialmente "deplorato che i tribunali militari continuassero ad avere giurisdizione sui civili accusati di tradimento della patria e giudicati senza le garanzie previste della legge; aveva espresso inquietudine per le cattive condizioni di detenzione, in particolare nelle carceri di Lurigancho a Lima, di Yanamayo a Puno e di Challapalca a Tacna e ne aveva chiesto la chiusura; aveva espresso la sua preoccupazione per la persistenza della pratica dell'isolamento che minaccia la salute fisica e mentale delle persone private della liberta' e costituisce un trattamento crudele, inumano e degradante".
La Coordinadora de los Derechos Humanos, la piu' importante organizzazione peruviana che si occupa di diritti umani, ha raccomandato nel suo rapporto dell'anno 2000, pubblicato nell primavera del 2001 "la modifica della legislazione antiterrorista per adeguarla agli standards internazionali per i diritti umani e l'abrogazione della legislazione per la sicurezza nazionale che viola le garanzie di difesa dell'accusato".
La maggior parte dei prigionieri e' stata condannata secondo le procedure introdotte da Fujimori con la legislazione di emergenza che prevedeva l'uso di tribunali militari con giudici incappucciati e si basava su accuse spesso estorte con la tortura. Tutto cio' e' contrario non solo al diritto internazionale, ma anche alla legislazione peruviana. Essendo caduta la dittatura fujimorista dovrebbe essere abrogata la legislazione di emergenza e si dovrebbe effettuare una revisione dei processi secondo la legislazione ordinaria peruviana.
LA TESTIMONIANZA: un viaggio dentro quelle carceri. (Grazie a Nicoletta)
Ho superato finalmente l'ultimo cancello, l'ultimo lucchetto, l'ultimo filo spinato elettrificato. Il mio passaporto e' stato controllato e registrato piu' di dieci volte, sono stata perquisita, ogni mio oggetto controllato nei minimi particolari, le mie impronte digitali impresse su di una scheda. I controlli sono durati circa un'ora e mezza dopo il primo annuncio sintetico lanciato via radio dalla guardiola esterna "Extranjera capitano".
Sono davanti al portone di ferro e aspetto che mi aprano il pesante chiavistello. In un attimo ripenso a come sono arrivata fin qui. ... (continua)
www.massimocarlotto.it/
domenica, 15 novembre 2009
Ricevo e giro questa preghiera di Rosalinda Gianguzzi, precaria di Palermo
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Croce e Delizia
"Ave o Maria piena di grazia il Signore è con Te..."
"Padre nostro che sei nei cieli...."
Sola in casa, penso e ripenso e prego.
Prego incessantemente da tutto il giorno.
Prego e penso alla Croce.
Non al Crocifisso oggetto in questi giorni di tanti commenti.
Utilizzato dai Farisei politici come una bandiera per fare una netta separazione tra i buoni e i cattivi.
Anche da chi per il suo operato nella vita pubblica e privata, non dovrebbe neanche permettersi di nominarlo, figurarsi, farsene paladino quasi ad attestazione di una superiorità etica "sugli altri".
Gente che non sa cosa sia una Chiesa, magari bestemmia, o conduce una vita abbastanza "libera", ma che SI SENTE CRISTIANO, perché cocciutamente non vuole togliere quel crocifisso di legno dai muri.
Ma è davvero questa la Croce a cui penso io e mi rivolgo oggi?
No, per me no, è molto di più.
E' il simbolo del sacrificio estremo dell'amore di Nostro Signore.
Che ho sentito chiamare in questi giorni "simbolo tradizionale e culturale del nostro paese", alla stessa stregua del panettone o del carretto siciliano.
Ma se la cultura a causa di flussi migratori può cambiare e forse sarebbe giusto adeguarsi, la legge di Dio no, rimane legge d'Amore, di Libero Arbitrio, e di tolleranza estrema.
Gesù IL RE DEI RE, che si è fatto ultimo, Il Creatore che si è fatto creatura, e ha lasciato all'uomo la libertà di metterlo in Croce, per poi dare il perdono e la speranza e la possibilità di riscatto sempre.
Questo è il Gesù Misericordioso, raccontato da Suor Faustina, questa è tolleranza, questa è la vera umiltà, il vero perdono.
Questo è IL CROCIFISSO, a cui mi rivolgo.
Che secondo me mette in secondo piano quel bellissimo simbolo, così confortante per me, quando entro in classe, ma pur sempre un simbolo, che non può essere messo al di sopra del suo significato, ne può essere usato come un'arma di divisione.
Quanto sarebbe doloroso levarlo per me, ma è più doloroso che venga rinnovata la crocifissione, magari proprio sui muri della scuola, se in nome di Dio viene picchiato o minacciato chi ha portato avanti una sua idea forse non condivisibile (quella della laicità della scuola), o se viene usata la croce come mezzo di supremazia sui fratelli immigrati o come muro "tra loro e noi"..
A quella Croce, e a Gesù Misericordioso mi appello, affinché perdoni, questi talebani cattolici.
E contemporaneamente chiedo a Dio di darmi la forza di scacciare i brutti pensieri, e trasformarli, in energia positiva, trasformarli in preghiera per il mio spirito tentato dal rancore in perdono.
Oggi il Ministro Gelmini, ha annunciato la sua gravidanza.
Colei che è la causa di tutte le mie paure per il futuro, colei che ha rubato il futuro scolastico ed economico ALLE MIE FIGLIE, sta per diventare madre.
La paladina del merito senza merito, che ha buttato per strada migliaia di famiglie d'insegnanti "meritevoli", oggi è felice come lo sarebbe ogni donna normale, ma lei normale non è.
Lei è la causa dei miei pianti, lei è il pensiero che affatica il cuore stanco di mia madre, lei è il motivo per cui mi è difficile pagare i conti e vivere dignitosamente, meno che mai pensare serenamente al Natale.
Lei è il motivo, per cui di notte mia figlia viene a trovarmi seduta in un'altra stanza mentre piango e mi chiede preoccupata "perché mamma piangi?".
Io le rispondo di non preoccuparsi, perché ho fatto un brutto sogno.
Ma da questo sogno non riesco a svegliarmi, da quando Lei, per servile obbedienza e superbo compiacimento ha deciso che questo incubo, doveva essere la mia vita.
E' per questo che mi rivolgo a Lui, raffigurato nel Crocifisso della mia casa, o a quello che porto addosso, che mi danno conforto, ma non danno fastidio a nessuno, e chiedo: Dammi tu la forza mio Dio.
Insegnami Tu cosa vuol dire, amare il proprio nemico, porgere l'altra guancia, amare chi ti odia, in quella che mi sembra l'impresa più ardua della mia vita.
Tu che hai pregato sul Golgota per i tuoi assassini insegnami, dammi la forza di pregare per chi mi ha tolto tutto..
Di pregare per il bene, di questa creatura, pregare per Lei, nella speranza che il grandissimo privilegio che ha ricevuto, essere madre, le insegni cosa sia l'amore, quello vero, quello puro, quello autentico e incondizionato e deflagrante di splendore, quello che rende migliori.
Quello che senti scoppiare nel petto, la prima volta che ti poggiano quell'esserino rugoso e insanguinato addosso e tu lo vedi come il più bello del modo, e capisci che da quel giorno anche tu sei rinata a vita nuova insieme a lui dando il tuo contributo al miracolo della vita.
Auguri Ministro Gelmini, per suo figlio e il suo compagno e soprattutto per Lei.
Affinché guardando negli occhi suo figlio possa vedere gli occhi della mia Emanuela, Federica, o di Daniela, Simona, Davide, Amelie, Cristina, Ruggero, e tutti gli altri nomi dei figli dei miei colleghi.
E tutti gli altri nomi dei ragazzi disabili a cui ha tolto il sostegno.
E tutti gli altri nomi dei ragazzi extracomunitari ghettizzati, inquisiti, offesi da un arrogante cattolicesimo di facciata.
E tutti gli altri ragazzi che verranno danneggiati da classi troppo numerose, dalle maestre uniche tuttologhe, da meno scuola, da meno insegnanti.
Che grazie a Lei, forse potrebbero non avere il futuro roseo, che Lei come tutti noi, spera di dare a suo figlio, e che possa non vergognarsene troppo.
O forse che abbia ancora la capacità di vergognarsene o almeno il rimorso, perché sarebbe segnale della presenza di una capacità d'amare che le farebbe fare la mamma meglio di come finora abbia fatto il ministro.
Rosalinda Gianguzzi
domenica, 15 novembre 2009
Irène Némirovsky, nata a Kiev da famiglia ebraica nel 1903.
Figlia di un ricco ebreo russo di origini francesi, ex commerciante di granaglie e divenuto uno dei più potenti e temuti banchieri di tutte le Russie, Iréne Némirovsky nella sua pre-adolescenza si appassiona alla letteratura – quella francese, particolarmente – ed inizia a scrivere i suoi primi racconti con una peculiarità catartica, introspettiva e psicoanalitica; ciò che cerca di subliminare attraverso la scrittura è l’odio provato nei confronti della madre che, completamente assorbita dal vivere nel bel mondo, non le ha mai regalato un sorriso o una carezza.
Allo scoccare della Rivoluzione Bolscevica del 1917 la scrittrice lascia in fretta e furia, unitamente alla sua famiglia, la sua San Pietroburgo per rifugiarsi in Francia, dove si sistema definitivamente e dove trascorre – fino all’arrivo della II° Guerra Mondiale – i suoi anni più frivoli e spensierati.
A Parigi continua ad inmpegnarsi nella sua attività preferita, la scrittura, ed è ancora giovanissima quando Grasset le pubblica il suo primo romanzo, che avrà uno strepitoso successo: David Golder.
Nel 1926 sposa Michel Epstein, giovane e capace ingegnere che seguirà fino alla fine il suo avverso destino; da questo matrimonio nasceranno due bambine, Denise e Elisabeth.
Negli anni successivi l’antisemitismo inizia a far sentire forte il suo ringhio; Iréne Némirovsky decide così di convertirsi al Cristianesimo e battezza se stessa e le sue due figliole.
Ma ciò nonostante la morsa della furia nazista si stringe e non la perdona: Iréne e Michel finiranno entrambi arrestati e successivamente trucidati nei campi di sterminio.
Deportata prima a Pithivier e poi ad Auschwitz, dove morì nel 1942.
(A cura di Eugenio Cardi)
appena terminato di leggere "I Cani e i Lupi" edizione Adelphi, mi sono sentita immediatamente orfana, avrei voluto che la storia non finisse mai, in tal caso, ho pensato: non mi rimane che divorare tutta l'opera di questa splendida autrice, che non conoscevo finora. "è una storia di ebrei", amava definirla, però aggiungo io, l'ha scritta con grande finezza di spirito è una verità disincanta nel descrivere il popolo a cui apparteneva così com'era. giacché affermava orgogliosamente: "in letteratura non ci sono argomenti tabù".
http://www.zam.it/home.php?id_autore=2684
http://www.albumdiadele.it/cammino/nemirovski.htm
mercoledì, 11 novembre 2009
Ve lo ricordate il minuto di silenzio per i miltari morti in Afghanistan?
Gelmini: "Sanzionate le scuole che non fecero il minuto di silenzio. È
certo che un fatto così grave e diseducativo non possa rimanere
impunito" ha detto il ministro dell'Istruzione Mariastella Gelmini ieri
durante all Commissione Cultura della Camera".
Oggi la Gelmini fa di più:
Firmato protocollo d’intesa per il nuovo progetto di riforma degli
istituti tecnici superiori
Il Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica, On.
Mariastella Gelmini, e il Presidente e Amministratore Delegato di
Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini, hanno firmato oggi a Roma un
Protocollo d’Intesa per l’avvio della sperimentazione del nuovo Progetto
di Riforma relativo agli Istituti Tecnici Superiori (ITS) denominato
“Tecnici Superiori per Finmeccanica”.
L’intesa prevede la partecipazione di Finmeccanica, attraverso le
proprie aziende presenti sul territorio, alla costituzione delle
Fondazioni che sorgeranno in Piemonte, Toscana, Campania e Puglia. Le
aziende del Gruppo, contribuiranno in termini di: Governance,
individuando propri rappresentanti nel Consiglio Direttivo e nel
Comitato Scientifico delle Fondazioni; Asset, con personale interno che
fornirà attività di docenza (per la metà delle ore curriculari previste)
e la disponibilità ad utilizzare le proprie strutture interne (es.
laboratori, macchinari); Placement, selezionando i giovani partecipanti
più meritevoli per l’inserimento in azienda.
I soggetti finanziatori della sperimentazione saranno il MIUR, le
Regioni e, in quota parte, il Ministero dello Sviluppo Economico.
Il progetto è pienamente in linea con le strategie del Gruppo
Finmeccanica, da sempre attento alla valorizzazione delle persone, alla
loro formazione e al loro sviluppo professionale, nella convinzione che
il “sapere tecnico” e una “cultura del saper fare” siano le chiavi per
rispondere adeguatamente alle sfide attuali.
“Con questo accordo – ha dichiarato l’On. Mariastella Gelmini, Ministro
dell’Istruzione, Università e Ricerca Scientifica – si da concretezza ad
un obiettivo che il Ministero sta perseguendo con determinazione:
rafforzare le competenze di base del sistema scolastico, per preparare
in maniera adeguata i giovani alle sfide del mondo del lavoro”.
“Oltre a rappresentare una concreta opportunità per consolidare un
rapporto virtuoso tra il mondo dell’industria e quello dell’educazione –
ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, Presidente e Amministratore
Delegato di Finmeccanica – questo progetto rispecchia i valori e le
caratteristiche del nostro Gruppo, votato alla continua innovazione
tecnologica, alla ricerca dell’eccellenza, alla valorizzazione del
merito e alla cultura del lavoro; con una particolare attenzione al
territorio, considerato che Finmeccanica è una realtà internazionale,
ma, al tempo stesso, molto sensibile alle specificità dei territori nei
quali opera”.
http://www.lamiafinanza.it/default.aspx?c=14&s=61&a=10616
mercoledì, 11 novembre 2009
"Sono i giovani i crocifissi
da difendere"
torino
I crocifissi da difendere, quelli veri, non sono quelli appesi ai muri delle scuole. Sono altri. Sono uomini e donne che fanno fatica. Che non ce la fanno e muoiono di stenti. E' verso di loro che non possiamo e non dobbiamo restare indifferenti. E' verso di loro che dobbiamo concentrare i nostri sforzi.
«Un crocifisso è un malato di Aids, che ha bisogno di cure e di sostegno. Un crocifisso è quel ragazzo brasiliano che è morto qualche giorno fa a Torino. A casa aveva lasciato la moglie e i figli, era arrivato qui alla ricerca di un lavoro, e non ce l'ha fatta».
Abbiamo partecipato al suo funerale. C'erano tante persone, molte nemmeno lo conoscevano, ma erano lì ugualmente, a condividerne la sofferenza e il dolore.
«E' giusto lottare per difendere i simboli di quello in cui crediamo, ma allo stesso tempo bisognare stare molto attenti a non cedere al puro idealismo. Lo dice il Vangelo stesso: i pezzetti di Dio sono sparsi nel mondo che ci circonda. Li troviamo ovunque. Nel concreto, nella vita di tutti i giorni, tra le persone che vivono accanto a noi, e di cui spesso nemmeno ci accorgiamo dell’esistenza. E' con queste realtà che dobbiamo imparare ad avere a che fare e a misurarci.
«Bisogna imparare a vivere con corresponsabilità, come i tanti e tanti volontari che dedicano il proprio tempo a un bene che non è esclusivamente loro, ma pubblico, di tutti quanti. Dobbiamo sentirci tutti chiamati in causa, nei grandi nuclei urbani come nei tanti piccoli paesi di provincia. La partecipazione è il primo passo in favore dei più deboli.
«I crocifissi non si difendono soltanto con le parole. Infatti queste troppe volte non bastano. Bisogna imparare ad affrontare la realtà con concretezza, e tendere la mano alle persone sole, a chi non ha più una famiglia e a chi non può ricorrere all'aiuto dei propri cari».
mercoledì, 11 novembre 2009
Mio padre prese uno schiaffone dal principale il giorno in cui chiamò «legna» un pezzo di «legno». Era un ragazzino e c'era la guerra quando suo padre lo portò in una bottega a San Lorenzo per fargli imparare il mestiere del falegname. Mio nonno Giulio a quel principale disse «se serve dategli pure uno schiaffo come lo dareste a vostro figlio» e rivolto a mio padre «se il principale ti da uno schiaffo è come se te l'ho dato io». Non che l'educazione del tempo fosse tutta incentrata sulle botte, ma è certo che la paternità passava anche attraverso gli schiaffoni. Così quando leggo le prime righe del Pinocchio di Collodi mi fa strano che il tronco in cui viene intagliato il burattino sia chiamato legno, ma è certo che non è un pezzo di lusso se Collodi specifica subito che si tratta di «un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe».
La qualità del legno. Mi pare che sia propria in questa diversa qualità del legno che si trovi uno dei significati profondi della storia di Pinocchio. Noi lo ricordiamo bugiardo, ma il suo naso «appena fatto, cominciò a crescere» e questo succede prima che dica una bugia perché Geppetto non gli ha ancora fatto la bocca. Così come gli si allunga anche per lo stupore quando si avvicina al focolare e vede che la pentola che bolle è solo un disegno sul muro. E sarà pure un birbante, ma appena resta solo e cerca di mangiarsi qualcosa, dopo una pentola dipinta trova un uovo dal quale scappa fuori un pulcino e il vecchio a cui chiede un poco di pane lo ripaga con una secchiata d'acqua.
Poi quando, alla ricerca del padre, arriva naufragando all'isola delle api industriose chiede al delfino se «in quest'isola vi sono dei paesi dove si possa mangiare senza essere mangiati» come se avesse capito che il suo destino è quello di finire tra i denti di qualcuno. Subito dopo, quando si mette a chiedere l'elemosina trova una serie di persone che gli offrono faticosi lavori senza un po' di pietà per lui che, benché di legno, è ancora un bambino. Solo una donnina gli offrirà da bere e poi si scoprirà che si tratta della fatina come se in un mondo violento bisogna essere fate per non sfruttare i bambini.
Insomma Pinocchio fa davvero parte della schiera dei poveracci. È come i ragazzini che setacciano nell'immondizia delle discariche ai bordi di grandi città africane. I bambini comprati per essere deportati nelle piantagioni o prostituiti nelle periferie, chiusi nei laboratori tessili e nelle concerie, nelle cave e nelle fornaci, alimentati una volta al giorno con un piatto di riso. Bambini come Iqbal Masih che fu venduto per 16 dollari e a quattro anni venne incatenato a un telaio per dodici ore al giorno. Riuscì a scappare a dieci anni diventando un piccolo sindacalista, ma solo due anni dopo fu assassinato per il suo impegno politico.
Se non guardiamo Pinocchio attraverso la miseria dei poveri che abitano il nostro pianeta rischiamo di prendere la sua storia per una favoletta edificante, un filmetto da vedere in famiglia mentre ci abbuffiamo con l'amatriciana o le patate fritte. Ma riusciremmo a seguire in televisione la vicenda di un bambino povero e schiavizzato mentre addentiamo un hamburger? Un bambino che viene attratto dai giochi del paese dei balocchi solo per essere trasformato in somaro e mandato a morire? Gino Strada ci parlava dei Pappagalli Verdi, le mine anti-uomo pensate come giocattoli esplosivi per colpire proprio i piccoli vietnamiti o afgani, somali o iracheni.
Pinocchio coma Paticha, la bambina di tre o quattro anni figlia di un sergente della milizia zapatista che portava il caffè a Marcos. Un giorno «verso le sei di sera a Paticha è venuta la febbre. Alle dieci era morta tra le mie braccia», ma visto che in condizioni del genere non è pensabile trovare farmaci e molte migliaia di bambini muoiono ogni anno per una febbre, anche questa bambina morta «fa parte del quotidiano. Paticha non ha mai avuto un certificato di nascita, come dire che per lo Stato non è mai esistita, e pertanto la sua morte non è mai avvenuta» proprio come Pinocchio che salta fuori da un pezzo di legno nella bottega di un falegname e lo Stato gli si presenta solo in forma di guardie che vogliono carcerare lui o suo padre.
Ma sono io che mi sono fatto questo film o è l'autore che l'ha pensato prima di me? Mi pare che lo dica proprio all'inizio che Geppetto vuole chiamarlo Pinocchio perché aveva conosciuto un'intera famiglia di Pinocchi e «il più ricco di loro chiedeva l'elemosina».
Forse ci facciamo colpire da quel finale in cui il burattino diventa di carne e ossa. Ci dimentichiamo che per Paticha o Iqbal trasformarsi in bambini veri non significava entrare nell'allegra borghesia patinata del Mulino Bianco, ma semplicemente diventare persone rispettate. Individui e non semplicemente bocche da sfamare e braccia messe a lavorare.
Mio padre da ragazzino prese uno schiaffo per aver scambiato il legno con la legna, ma poi il principale gli insegnò un mestiere e gli dette pure qualche soldo. Come Mangiafuoco che alla fine si intenerisce e con qualche starnuto gli regala cinque monete d'oro che attirano l'attenzione del gatto e la volpe, non molto diversi dalle banche assassine o dai ministri che oggi ci convincono a piantare i nostri zecchini nel campo dei miracoli in attesa che germoglino. Poi anche mio padre è diventato un cittadino in carne e ossa e coi suoi zecchini nascosti in bocca s'è fatto una bottega tutta sua per mettere su una famiglia che non fosse di burattini senza diritti, sperando di non far vivere ai figli quello che suo padre era stato costretto a far vivere a lui. Sperando che la società dei Pinocchi diventasse solo una favola da raccontare. E invece quella storia continua a stare un po' nella fantasia e molto nella realtà.
Perciò oggi il Pinocchio che mi piacerebbe vedere è un bambino che rischia di bruciarsi i piedi proprio come quelli che li perdono quando calpestano una mina anti-uomo.
Che viene ripetutamente legato, incatenato al posto del cane, messo a lavorare come un somaro e quando si infortuna diventa un pezzo da buttare via, la cui vita vale quanto una pelle per fare un tamburo. Che in quella galera infame che è il ventre del pescecane impara che «quando si nasce tonni, c'è più dignità a morire sott'acqua che sott'olio».
10 novembre 2009 (Ascanio Celestini-Giornale L'Unità)
martedì, 10 novembre 2009
Oggi, domenica 8 novembre, le parole, l'omelia, che vorrei ascoltare da un prete sono quelle di don Farinella. Il suo discorso sul crocifisso vale cento messe cantate. Il blog è diventato voce. Se cliccate la scritta: "Ascolta" alla fine del Post vi sembrerà di essere in Chiesa e di sentire un servitore di Cristo (con la recitazione di un giornalista radiofonico anni '50...).
Povero Cristo in mano a Berlusconi
di Paolo Farinella, prete
"I giornali del giorno 5 novembre 2009, riportano la foto di Berlusconi che tiene in mano un Crocifisso, abbastanza grande. Le cronache dicono che glielo abbia dato il prete di Fossa, nell’ambito della consegna delle case. Se c’è una immagine blasfema è appunto questa: colui che ha varato una legge incivile contro i "cristi immigrati", che parla di "difesa dei valori cristiani". Un prete che consegna il crocifisso a Berlusconi è uno spergiuro come e peggio di lui. Povero Cristo! Difeso da una massa di ladroni che non solo lo beffeggiano, ma lo crocifiggono di nuovo con la benedizione del Vaticano, che per bocca del suo esimio segretario di Stato, ringrazia il governo per il ricorso che presenterà alla Corte di appello di Strasburgo.
Possiamo dire che c’è una nuova "Compagnia di Gesù" fatta di corrotti, di corruttori, di ladri, di evasori, di mafiosi, di alti prelati còrrei di blasfemìa e di indecenza, di atei opportunisti, di cultori di valori e radic(ch)i(o) cristiani … chi prepara la croce, chi la fune, chi i chiodi, chi le spine, chi l’aceto … e i sommi sacerdoti a fare spettacolo ad applaudire. Intanto sul "povero Cristo" di nome Stefano Cucchi, morto per mancanza di "nutrizione e idratazione", da nessuno è venuta una parola di condanna verso i colpevoli di omicidio, nemmeno dai monsignori che hanno gridato "assassino" al papà di Eluana Englaro.
Povero Cristo, difeso dai preti come suppellettile e raccoglitore di polvere nei luoghi pubblici e da tutti dimenticato come Uomo-Dio che accoglie tutti e dichiara che sono beati i poveri, i miti, coloro che piangono, i costruttori di pace, i perseguitati, gli affamati! Povero Cristo, difeso dagli adoratori del dio Po e di Odino che ne fanno un segno di civiltà, mentre lasciano morire di fame e di freddo poveri sventurati in cerca di uno scampolo di vita.
Povero Cristo, difeso dalla “ministra” Gelmini che trasforma il Crocifisso in un pezzo di tradizione “de noantri”, esattamente come la pizza, il pecorino, i tortellini. Povero Cristo, difeso da Bertone che lo mette sullo stesso piano delle zucche traforate.
Povero Cristo! Gli tocca ringraziare la Corte di Strasburgo, l’unica che si sia alzata in piedi per difenderlo dagli insulti di chi fa finta di onorarlo. Signore, pietà!
Guardando a quel Cristo che è il senso della mia vita di uomo e di prete, ho la netta sensazione che dalla sua comoda posizione di inchiodato alla croce, dica: "Beati voi, difensori d’ufficio... beati voi che ho i piedi inchiodati, perché se fossi libero, un calcio ben assestato non ve lo leverebbe nessuno"."
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lunedì, 09 novembre 2009
Se la mafia toglie la parola a un attore e tutti tacciono
di Alberto Spampinato*
Com'è che i giornali, tranne rare eccezioni, non parlano di questa storia, dell'attore lodigiano Giulio Cavalli
Temo che significhi nient'altro che paura e rassegnazione. E' grave che non si riesca a reagire altrimenti e che tutto ciò, invece di produrre solidarietà, sostegno, protezione collettiva di una voce libera e coraggiosa, produca l'isolamento della vittima di un'ingiustizia. Fatti come questo devono farci riflettere sul punto a cui siamo arrivati, con il condizionamento mafioso, anche nel Nord un tempo tanto orgoglioso di essere immune dagli spregevoli effetti della violenza mafiosa. Anche nel Nord siamo andati molto avanti nel senso dell'acquiescenza e del contagio. Questo silenzio, questa disattenzione può esserci solo perché, purtroppo, molti italiani, (ma soprattutto molti giornalisti, anche del Nord) pensano che in questa storia se c'è uno che ha sbagliato, questi è Giulio Cavalli, il quale, secondo questo modo di pensare e una formula molto usata "se l'è cercata". Non avrebbe dovuto prendere in giro Bernardo Provenzano, non avrebbe dovuto violare la tacita convenzione del silenzio e dell'autocensura che vige nel nostro libero paese! Che gli costava? La convenzione non scritta, come sappiamo, vale più delle leggi e delle convenzioni universali ed europee dei diritti dell'uomo; stabilisce che un attore, uno scrittore, un giornalista per vivere tranquillo non deve mai comportarsi come Giulio, né come quell'altro matto di Roberto Saviano, né come quei cronisti scriteriati alla Lirio Abbate, Rosaria Capacchione e via elencando... No, chi vuole vivere senza minacce di morte o di altre rappresaglie può farlo semplicemente attenendosi alla regola di parlar d'altro, di fingere che la mafia e i mafiosi non esistono, e se proprio non può fare a meno di parlare dei boss, dei loro amici corrotti e intrallazisti, deve parlarne con molto rispetto e senza turbare lo svolgimento dei loro affari. E' facile, che ci vuole? Ci riescono (quasi) tutti. E' comodo e fin troppo facile. Proprio per questo noi ammiriamo chi non ci riesce, e perciò io abbraccio forte Giulio Cavalli, Roberto Saviano e tutti i matti come loro che pagano un caro prezzo per dimostrarci che la regola del quieto vivere si può rifiutare, e che l'autocensura è proprio il contrario della libertà di espressione
*direttore di Ossigeno per l'informazione, osservatorio FNSI-Ordine dei Giornalisti sui cronisti minacciati e le notizie oscurate con la violenza
Per fortuna il muro della indifferenza comincia a incrinarsi. Già il Tg3, Linea Notte, Rainews24 e altri hanno cominciato a illuminare la vicenda di questo straordinario e coraggioso attore e giornalista, una sorta di moderno intellettuale canta storie che non vuole rassegnarsi e grida le sue verità, tutte rigorosamente documentate, contro le mafie, anche quelle del nord che parlano padano, e i loro complici nelle istituzioni e nella politica, anche quelli che vestono con il gessato e parlano lingue di derivazione celtica, per usare le parole in libertà tanto care a qualche leghista, sempre cosi pronti a azzannare l'ultimo clandestino, e sempre più docili con i mafiosi di ogni latitudine, a cominciare dagli stallieri di Arcore e dai loro protettori.
Ci auguriamo che un numero crescente di giornalisti voglia dare voce e spazio alle denunce di Cavalli e al suo teatro civile, ma sarebbe altrettanto importante che associazioni, rappresentanti degli enti locali e del teatro, lo invitassero a rappresentare la sua opera, affiancando alla scorta che ormai lo segue ovunque anche una sorta di scorta popolare e mediatica capace, quanto meno, di squarciare il velo della indifferenza, del silenzio, della indifferenza complice.
Giuseppe Giulietti
(9 novembre 2009) minacciato di morte dalla mafia per aver preso in giro Bernardo Provenzano in alcuni spettacoli in piazza in Sicilia e in Lombardia? Come mai il mondo del teatro non dice una parola su un attore minacciato di morte dalla mafia e da un anno costretto a girare con la scorta armata? Com'é che a Lodi e a Milano, città gelose della propria libertà, i cittadini, i circoli e le istituzioni hanno lasciato correre una cosa così grave? Cosa significa questo silenzio assordante?
martedì, 03 novembre 2009
La lettera all'Unità
«Attenti, di pandemico c'è solo la paura»
Gentile redazione,
sono pediatra di famiglia a Trezzano sul Naviglio e Cusago, comuni alle
porte di Milano. Sono indignata con la stampa, per la campagna di confusione
e terrore che si sta facendo ormai da alcuni mesi, campagna che ci mette
soltanto in difficoltà.
In estate, si è partiti in sordina con le segnalazioni dall'estero, ora si
tiene un bollettino aggiornato di malattie e decessi, attribuiti alla
pandemia senza tener conto di quanto sia difficile porre una diagnosi
precisa su casi difficili, e soltanto per "sentito dire". Sicuramente da
alcuni mesi si è diffusa in maniera "virale" la paura pandemica!
La malattia influenzale reale, invece, nel mio territorio è partita alla
grande da circa due settimane, contagiando in massa i bambini delle scuole:
tra i miei pazienti, visitati alla media di 30 al giorno, nessun caso grave
per fortuna. Da questa settimana parte anche la vaccinazione in ASL per i
casi a rischio.
In tutto questo, il comportamento delle persone (i genitori, per quanto mi
riguarda), è stato abbastanza tranquillo: tutti si rendono conto che c'è un
fantasma teletrasmesso, e che la realtà non corrisponde esattamente a quanto
temuto. Quando pongo la diagnosi di sospetta influenza, quasi tutti sono
sollevati dal vedere che il decorso, nei propri figli e nei compagni di
scuola, è del tutto sovrapponibile alle influenze degli anni precedenti. I
genitori dei bambini a rischio, d'altra parte, sono persone ben preparate e
coscienti, con le quali l'opzione vaccinazione e/o terapia antivirale viene
affrontata con serenità.
Altro si deve dire delle scuole, dove alcuni direttori zelanti e
comprensibilmente spaventati arrivano a chiedere per il rientro in classe
dei bambini una dichiarazione di avvenuta visita di controllo da parte del
medico sul paziente già guarito. Se applicata alla lettera, questa prassi
comporterebbe il raddoppio secco dell'affluenza in ambulatorio: ogni
paziente, che io vedo in media due volte, a inizio febbre e dopo il
terzo-quarto giorno, dovrebbe essere visitato anche in convalescenza!
Alla luce di quello che succede, e della presenza di tanti altri "casi"
mediatici, legati alle vicende della politica e dell'economia, enormi
iceberg di cui possiamo intravedere solo la punta, ho la sensazione
opprimente di una informazione tossica, avvelenata e avvelenatrice. Questo
tipo di informazione mi lascia l'impressione di vivere un brutto sogno come
nel film Matrix. Spero che l'Unità, giornale che compero e apprezzo, e che
seguo in rete, sappia contribuire a svelenire il clima, e a restituirci la
capacità di pensare e di guardare con progettualità al futuro.
Grazie
Maria Giovanna Stabile
Pediatra di base a Trezzano sul Naviglio
02 novembre 2009
martedì, 03 novembre 2009
Solo una mano d'angelo
Solo un mano d'angelo
intatta di sè, del suo amore per sè,
potrebbe
offrirmi la concavità del suo palmo
perché vi riversi il mio pianto.
La mano dell'uomo vivente
è troppo impigliata nei fili dell'oggi e dell'ieri,
è troppo ricolma di vita e di plasma di vita!
Non potrà mai la mano dell'uomo mondarsi
per il tranquillo pianto del proprio fratello!
E dunque, soltanto una mano di angelo bianco
dalle lontane radici nutrite d'eterno e d'immenso
potrebbe filtrare serena le confessioni dell'uomo
senza vibrarne sul fondo in un cenno di viva ripulsa.
di Alda Merini
mercoledì, 28 ottobre 2009
Febbre suina, polemiche in Germania
per il vaccino 'speciale' per i politici
Berlino, 19 ott. (Adnkronos Salute) - L'arrivo oggi delle prime
dosi di vaccino pandemico in Germania -
dove ne sono state ordinate 50 milioni - non è stato motivo di celebrazione.
Questo per via delle notizie diffuse nel fine settimana sul fatto che i politici,
i componenti dell'esercito e gli alti funzionari tedeschi
riceveranno un vaccino 'speciale' contro l'H1N1,
generalmente giudicato con meno effetti collaterali.
Lo riferisce oggi il 'Der Spiegel online', precisando
che politici e militari riceveranno il vaccino pandemico
prodotto dalla Baxter,
privo di un additivo presente
invece nel siero 'targato' GlaxoSmithKline (Gsk),
che verrà somministrato alla popolazione.
La sostanza, secondo i critici, può aumentare
il rischio di effetti collaterali come febbre e mal di testa.
Così, mentre i 'sostenitori' del vaccino Gsk sottolineano la sicurezza dell'additivo,
il portavoce di Angela Merkel si è affrettato a negare
che la cancelliera tedesca sia stata sottoposta a un vaccino
diverso da quello dei normali cittadini tedeschi. Il vaccino della Baxter,
ha aggiunto il portavoce della Merkel, Ulrich Wilhelm,
è stato ordinato quattro mesi fa all'interno
di un accordo risalente a molto tempo fa.
Secondo il capo dell'Istituto di Igiene e salute
pubblica dell'Università di Bonn, Martin Exner,
"il fatto che politici e funzionari ai vertici dei ministeri saranno vaccinati
con un siero diverso da quello delle altre persone è un segnale terribile".
E per il virologo Alexander Kekule dell'University Hospital di Halle "
è uno scandalo che componenti del governo federale e autorità ricevano un vaccino diverso".
mercoledì, 21 ottobre 2009
TAGLIO BASSO | di Francesca Pilla - NAPOLI
NAPOLI La madre, capoverdiana, è in gravissime condizioni. Tragedia della povertà: da due settimane senza corrente
Bimbo asfissiato da un braciere, non avevano l'elettricità
Elvis junior sognava di diventare ingegnere, ma è morto a soli sei anni in un piccolo monolocale del quartiere Sanità a Napoli. Sua madre, Manuela Rodriguez Fortez, 40 anni non ancora compiuti e originaria di Capo Verde, è in gravissime condizioni e i medici sono pessimisti sulla possibilità di salvarla. L'hanno chiamata una tragedia di povertà, e non a torto visto che l'incidente è avvenuto a causa delle esalazioni di monossido di carbonio fuoriuscite da un braciere acceso per riscaldarsi. Da almeno due settimane, infatti, madre e figlio vivevano al buio per una bolletta non pagata e hanno usato una stufa per non soffrire il freddo. Complice la ristrettezza dei mezzi e un piccolo locale con le finestre e le serrande serrate, Manuela e Elvis sono stati trovati ieri mattina dai vigili del fuoco vicini, il bimbo senza vita, la madre agonizzante. A chiamare i soccorsi sono stati la padrona del monolocale e alcuni vicini che hanno affermato di sentire odori nauseabondi provenienti dall'abitazione. Segnalazioni erano arrivate anche dalle sorelle della donna, Fernanda e Diamantina, che da venerdì non avevano notizie della donna. I due erano nel letto sul soppalco quando le forze dell'ordine hanno sfondato la porta credendo di arrivare in tempo, ma Elvis probabilmente era morto già da sabato.
Manuela viveva dignitosamente, lavorando come domestica a ore presso diverse famiglie, e da anni era un'immigrata regolare. Elvis era nato a Napoli, ma il padre di origine marocchina li aveva abbandonati. «Andava molto bene a scuola sapeva già leggere e scrivere. Educato, pignolo, ordinato. Adorava disegnare. Era molto ambizioso. Sognava di fare l'ingegnere», racconta con dispiacere la sua maestra, Patrizia Palladino, della scuola Ozonam di Capodimonte, dove il piccolo frequentava la prima elementare.
Un quadro di dignità e orgoglio riconosciuto alla famiglia anche dai vicini e dal parroco della Basilica della Sanità. «Conoscevamo molto bene il piccolo Elvis - dice padre Antonio Loffredo - era un bambino educato, vivace e ambizioso. La madre si comportava sempre con notevole semplicità e compostezza e il piccolo era sempre ben vestito e curato. Non aveva mai chiesto aiuto economico, anzi, ultimamente si era anche interessata al pagamento delle attività extracurriculari della scuola». Manuela, infatti, se l'era sempre cavata da sola da sei mesi si era trasferita nel piccolo locale del centro storico. Qui non si era mai rivolta al centro di ascolto della parrocchia, un luogo frequentato da persone in condizioni economiche e sociali disagiate.
E la vicenda potrebbe avere anche risvolti imprevisti per la società Enel che aveva sospeso il servizio. Secondo il racconto di Celeste Ramos, responsabile dello sportello immigrati della Uil Campania, che conosceva personalmente la Fortez, la bolletta della luce non era mai arrivata a destinazione. «Elvis era un bellissimo bambino - dice la Ramos - e la madre, Manuela, è una onesta lavoratrice, una collaboratrice domestica in Italia dal 1992».
fonte
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091020/pagina/06/pezzo/262601/
mercoledì, 21 ottobre 2009
02 CONTROPIANO
20.10.2009
- TERRA TERRA | di Angela Pascucci
TerraTerra
Cina, cuore di piombo
Non sarà il piombo ad appesantire le ali dello «sviluppo» cinese. Se gli impianti che lavorano il metallo pesante inquinano acque e terre circostanti, rivelandosi incompatibili con la vita umana, non saranno le fabbriche a chiudere ma gli umani a doversene andare. Lo fa capire chiaramente la decisione ufficiale, annunciata nei giorni scorsi dai media ufficiali cinesi, che ordina il trasferimento di 15mila abitanti della città di Jiyuan, nella provincia dell'Henan, ai quali è toccata la disgrazia di abitare in una decina di villaggi intorno a una delle più grandi concentrazioni di impianti di trattamento del piombo del paese. Alla fine dell'estate la Yuguang Gold and Lead, il Wanyang Smeltery Group e il Jinli Smelting, società proprietarie dei 35 impianti inzeppati nell'area, erano state oggetto delle proteste degli abitanti della zona che avevano cominciato a temere soprattutto per la salute dei bambini dopo che dallo Shaanxi erano arrivate notizie di rivolte contro l'inquinamento da piombo provocato in un'area di quella provincia da un'altra grande compagnia, il Dongling Group.
Un fine estate drammatico, di proteste, rivolte e scontri violenti con la polizia anti sommossa, dall'Hunan al Fujian, dall'Henan allo Shaanxi allo Yunnan, contro il gravissimo inquinamento provocato da impianti industriali che ignorano, grazie alla complicità dei corrotti governi locali, i limiti e le leggi che pure sono stati stabiliti dal governo centrale. All'inizio di settembre nell'Hunan le proteste contro l'avvelenamento da piombo avevano portato all'arresto di 15 persone, accusate di far parte del movimento spirituale fuorilegge del Falun Gong. Accuse pretestuose che non fermano le ribellioni, considerato che in gioco c'è la salute e spesso la vita. La rabbia poi è accresciuta dal fatto che ormai le spese mediche sono tutte a carico dei malati e nelle aree rurali molti non possono curarsi. E così in Cina le proteste ambientali aumentano del 30% l'anno.
La municipalità di Jiyuan, che ha preso la decisione del trasferimento in massa, aveva cercato di calmare gli animi con un'indagine medica su 2700 giovanissimi al di sotto dei 14 anni residenti nell'area intorno agli impianti. Dai test era emerso che almeno 1000 avevano un tasso di piombo nel sangue pressoché letale ed erano stati subito allontanati. Dai vertici di una delle società erano venute le scuse e la constatazione che tra umani e impianti la convivenza era impossibile. Tant'è che da due mesi l'attività di produzione nell'area era praticamente cessata. Ma la sviluppo e i profitti premono. Troppo costoso trasferire altrove l'attività di produzione. E d'altra parte, dove? Se la Cina è il massimo produttore mondiale, non è certo un caso. Nel resto del mondo impianti del genere sarebbero fuorilegge. Così alla fine il nodo dell'incompatibilità è stato tagliato, insieme alle vite delle vittime. E l'inquinamento potrà continuare.
Trasferire tutte quelle anime (e ancora non si sa bene dove) avrà un costo di un milardo di yuan (circa 100 milioni di euro) e, beffa insieme al danno, il 30% dovranno accollarselo le comunità colpite. Altro che risarcimenti. Ma non hanno altra scelta.
Come non avranno scelta i 330mila abitanti di alcune aree dell'Henan e dell'Hubei dei quali ieri è stato annunciato lo sgombero forzato per far largo alla titanica opera di canalizzazione che dovrà deviare le acque dello Yangtze da sud verso il nord colpito da una grave siccità.
fonte
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20091020/pagina/02/pezzo/262583/